FUSION

Le motivazioni che spingono un artista ad esplorare ambienti culturali nuovi e differenti dal proprio possono essere molteplici. Solitamente i primi passi sono mossi da un desiderio incontrollato e inspiegabile di conoscere ciò che esiste al di là del confine immaginario di uno o dell’altro spazio culturale. In seguito la direzione dell’interesse si sposta verso punti più definiti focalizzando via via sempre più le preferenze personali, che in uno stadio di maturità successivo, si identificano in un una ridotta nicchia di appartenenza. Ciò che resta immutato in tutto questo tragitto è la sensazione di richiamo irrazionale, quasi da reincarnazione, che l’artista prova nei confronti di un mondo che di fatto non dovrebbe appartenergli. Tanto può essere forte questa vocazione che il percorso di integrazione diventa più facile e più naturale man mano che si accede a livelli di difficoltà superiori. Ecco allora che anche l’apprendimento di un complesso linguaggio artistico fatto di tecniche espressive e compositive, motivi di fondo, canoni stilistici, terminologie specifiche, combinazioni di vari elementi diventa semplice. La sensazione, insomma, che l’artista prova è molto simile a quella del déjà vu.
È certo questo un notevole stimolo alla prosecuzione del cammino intrapreso coadiuvato, peraltro, dal mai totale abbandono delle proprie radici culturali. Incentivo ulteriore è, poi, la consapevolezza della nascita di un nuovo, personalissimo stile, conseguenza naturale dell’abbinamento dei vari fattori.
Paradossalmente, però, tutto ciò porta ad un’inevitabile comparazione tra il proprio mondo e il nuovo che genera a sua volta una sorta di interscambio benefico. Per cui le due fonti si arricchiscono attingendo simultaneamente l’ una dall’altra. In ultimo, segno questo di alta crescita interiore, si arriva a nutrire un profondo rispetto nei confronti delle proprie origini.
La messa a confronto di due elementi fa si che ne affiorino prima i punti in comune, poi le divergenze. Ma l’operazione assume un grado di enorme valore quando si inizia a comprendere le cause che hanno generato analogie e differenze tra i due distinti complessi culturali. Allora tutto diventa più chiaro e l’artista che a questo punto comincia a comprendere i veri motivi per cui egli stesso opera, senza ormai paura di guastare incoscientemente il prodotto culturale di un contesto sociale estraneo, è finalmente libero di esprimersi.

Quando ho cominciato ad interessarmi al Flamenco suonavo già la chitarra. Credevo, come del resto molti musicisti, che il F. si identificasse principalmente in questo strumento. Pensavo di essere avvantaggiato nell’avvicinarmi a questo immenso mondo che non conoscevo affatto. Avevo già vissuto varie esperienze nel mondo jazzistico, suonavo il sassofono, e il modo di accostarsi alla lettura di un tema in modo libero e personale (a volte seguendo i dettami di uno o dell’altro stile) non era per me certo una novità, né costituiva un problema l’improvvisazione intorno ad una linea melodica o armonica.
 
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  Qualsiasi sia il campo in cui opera, il jazzista si esprime sempre a suo modo. Manifesta questa sua inclinazione anche quando usa per gioco uno strumento che non conosce bene. Quindi, come un re Mida, modifica radicalmente ogni brano che esegue.
E quando esegue “suona”. Questa versatilità mi esortava a varcare la soglia di altri settori musicali. Spingendomi sovente oltre i limiti consentiti ad un adepto. Fui folgorato dalla sensazionale forza espressiva di musicisti come Paco De Lucia, Tomatito, Manolo Sanlùcar. Proprio il fatto che non erano jazzisti mi colpì. Come potevano quei chitarristi suonare tante e tali variazioni su un tema senza conoscere il jazz? Doveva per forza esserci un legame tra i due mondi; la capacità di sintesi aiutata dall’abitudine all’ascolto me ne faceva intuire ma non riconoscere la natura. Più tardi capii che proprio l’origine delle due culture era il punto in comune. I due generi musicali, infatti, nascono in contesti socio-culturali simili, caratterizzati principalmente dalla convivenza di gruppi etnici differenti, spinti dalla necessità verso la ricerca di un sistema di comunicazione globale. Capace, cioè, di mettere in stretta relazione gli aspetti più intimi delle singole etnie.
Quale mezzo meglio della Musica (che per suo carattere è il codice espressivo più comune) può soddisfare un bisogno del genere? Sia il Jazz che il Flamenco , dunque, vivono forse sviluppi diversi ma hanno la stessa matrice. E quando qualche musicista, come Paco De Lucia, ne mescola gli ingredienti generando, così, un nuovo stile, questo aspetto si evidenzia naturalmente. Tutto ciò, peraltro, è confermato proprio dalla tendenza alla contaminazione reciproca che hanno i due linguaggi musicali.
Continuando il mio percorso nel nuovo mondo cominciai a comprendere tanti aspetti peculiari che dall’esterno non riuscivo a discernere. Più mi addentravo, più mi accorgevo che la musica rappresentava si un momento importante della cultura popolare Andalusa ma non era tutto. Anzi costituiva insieme e attraverso la chitarra soltanto un modo per estrinsecare dei sentimenti. Ciò che più era importante, invece, era proprio la forza dirompente di tutti quei fattori concomitanti (moti affettivi ed emotivi) che genera la necessità di un’espressione adeguata. Il Flamenco, dunque, cominciò a presentarsi a me nella sua vera, totale identità. Non era più virtuosismo chitarristico, abiti gitani dai colori sgargianti, velocissime combinazioni ritmiche di scarpe e mani o incomprensibili melismi di voci rauche. Era piuttosto uno stile di vita, una cultura , una civiltà, una religione. Era, insomma, tutto un modo diverso di relazionarsi con la realtà, che una volta assimilato avrebbe spontaneamente portato a quelle tipiche espressioni artistiche troppo spesso giudicate dall’incompetenza fini a se stesse. La paradossale bellezza di tutto questo sta nel fatto che quanto avevo appreso nello studio della cultura flamenco mi servì per comprendere meglio la tradizione popolare del mio paese d’origine. In seguito scoprii analizzandoli tutta una serie di parallelismi tra i due mondi.
Un artista può definire completato il suo lavoro soltanto nel momento in cui lo mette a disposizione degli altri.
Immortalare il frutto delle mie ricerche in un’opera che ne comprendesse tutto il senso e lo esprimesse in modo chiaro e tangibile fu una logica conseguenza. Nacque,così, lo spettacolo musicale di evidente stampo popolare “Tra Flamenco e Salento”.


 
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